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Giorgio Temporelli intervista Luca Lucentini

Durante il recente lockdown le case dell’acqua hanno continuato ad essere un importante riferimento per molti cittadini, ma in alcune città d’Italia però queste unità distributive sono state chiuse: come si spiega questo fenomeno?
 

E’ stato più volte evidenziato in questi mesi che il Coronavirus non è un virus enterico e la modalità di trasmissione avviene tramite l'apparato respiratorio, per questo motivo l'acqua da bere non rappresenta un pericolo per il contagio. Inoltre l’acqua della rete idrica subisce dei trattamenti di potabilizzazione che la rendono assolutamente sicura e i disinfettanti impiegati sono efficaci nella rimozione del Coronavirus. Molte case dell’acqua, come quelle installate negli ospedali da campo a Crema e Cremona in periodo di piena pandemia, sono state anche dotate di sistemi automatici dei punti di erogazione tramite insufflazione temporizzata di ozono, una tecnica assai efficace per scongiurare la proliferazione microbica nelle superfici e contrastare potenziali fenomeni di retrocontaminazione.

Se la sicurezza dell’acqua e le tecnologie associate agli erogatori consentono di controllare ogni potenziale rischio di infezione anche a prova di COVID-19, l’attenzione alle norme anticontagio da parte degli utilizzatori deve essere massima. Le case dell’acqua sono distributori di acqua affinata aperti al pubblico, per cui è fondamentale che il loro utilizzo avvenga nel rispetto della distanza di sicurezza, con l’utilizzo dei mezzi di protezione individuali e igienizzando le mani, ovvero osservando quegli accorgimenti che sono previsti per accedere in qualsiasi negozio o locale pubblico. Particolari misure di precauzione nei confronti di rischi di infezioni associate all’acqua, compreso il coronavirus, consistono nella pulizia e disinfezione dei contenitori e nella corretta operazione di prelievo che deve avvenire evitando il contatto del contenitore con il dispositivo di erogazione dell’acqua.

Durante il periodo del lockdown, da alcuni Comuni abbiamo avuto notizia di disposizioni di ordinanze di chiusura di erogatori e chioschi dell’acqua, per evitare che la mancata osservazione di norme preventive da parte dei cittadini - in particolare la mancanza di distanziamento interpersonale dovuto all’aggregazione - potesse favorire il diffondersi dell’epidemia. Non si tratta in alcun caso, è bene sottolinearlo, di pericoli legati alla qualità dell’acqua distribuita.
 

In caso di un nuovo malaugurato lockdown ci sono ulteriori accorgimenti che possiamo mettere in atto al fine di scongiurare le ordinanze di chiusura degli impianti?
 

La riattivazione di un impianto di trattamento dell’acqua a seguito di un lungo periodo di fermo (come è avvenuto per il lockdown) deve prevedere l’eventuale sostituzione degli elementi filtranti e una sanificazione dell’apparecchiatura, con particolare attenzione ai punti di erogazione. Il ripristino della piena funzionalità e l’apertura al pubblico dell’impianto è presieduto anche da controlli analitici sul sistema e sull’acqua per verificare la piena conformità ai requisiti di legge e alle aspettative dei consumatori.  

Durante il periodo di normale funzionamento l’impianto deve essere sottoposto a regolare manutenzione, rispettando i tempi e le modalità indicate dal produttore. Per quanto riguarda l’accesso al pubblico per gli impianti che lo prevedono, come le case dell’acqua o gli erogatori da ufficio, vanno garantite le indicazioni e le condizioni affinchè ciò possa avvenire, consentendo di usufruire del servizio in tutta sicurezza.
 

E’ recentemente apparsa su quotidiani online, e amplificata dai social con titoli allarmistici, la notizia che le borracce non sarebbero sicure in quanto in grado di rilasciare metalli nell’acqua in esse contenuta. Possiamo invece affermare che, se adeguatamente pulite e sanificate, le borracce non rappresentano alcun pericolo per la salute umana?
 

Sono stati pubblicati alla fine di giugno alcuni articoli su quotidiani online (es.corriere.it) che parlavano di una ricerca condotta dal Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive dell’Università La Sapienza di Roma. L’oggetto dello studio era quello di valutare l’eventuale cessione di metalli da parte di borracce in commercio. Dallo studio non emerge alcun superamento dei valori soglia, con riferimento ai materiali e ai limiti fissati dalle liste positive, a riconferma che le borracce sono sicure da questo punto di vista. Eppure recentemente sono comparsi sui social post fuorvianti che vedrebbero bottiglie in PET più sicure delle “pericolose” borracce, o, in alcuni casi, notizie di senso opposto o suggestive di livelli di sicurezza diversi associabili a materiali diversi. Ciò evidentemente alimenta la disinformazione tra i consumatori e la confusione tra gli operatori del settore. È bene chiarire che le norme che regolano la sicurezza dei materiali (vetro, ceramica, PET, acciaio, alluminio, ecc.) a contatto con gli alimenti e con l’acqua sono particolarmente rigorose e aggiornate allo stato delle conoscenze e escludono qualsiasi rischio per i consumatori -  a patto che ogni dispositivo e materiale sia usato nelle condizioni (in particolare temperatura di conservazione e tipologia di alimento cui il contenitore è destinato) e nei tempi prescritti.  

Per quanto riguarda invece l’aspetto microbiologico la pulizia e la sanificazione da parte dell’utilizzatore sono operazioni indispensabili per bere acqua dalla borraccia in totale sicurezza.