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Le acque nascoste di Tullio Bernabei

Dati pubblicati dalla FAO indicano che prima del 2030 sul nostro pianeta circa l’80% delle acque potabili ad uso umano proverrà da territori carsici, poiché sia le falde di pianura che i fiumi superficiali saranno inquinati da attività umane, agricole e industriali.

Le aree carsiche sono i territori calcarei dove si trovano grotte e sistemi sotterranei.

Stiamo dunque parlando di acque che non si vedono, di riserve idriche nascoste, di fiumi che scorrono nella perenne oscurità. Sul nostro pianeta questi territori occupano il 13% delle terre emerse.

Tali dati conferiscono un’importanza fondamentale, potremmo dire strategica, alla conoscenza e conservazione degli acquiferi carsici e quindi dei sistemi di grotte da cui sono composti, che influiscono pesantemente anche sulla salute dei fiumi e del mare. Nel nostro paese, dove le aree carsiche sono molto estese e occupano il 27% del territorio, esistono numerosi sistemi sotterranei che si estendono per decine di chilometri e superano i 1000 m di profondità.

 


Le aree carsiche in Italia

 

Nelle Alpi Apuane, ad esempio, il Complesso del Monte Corchia è stato topografato nel corso degli ultimi 40 anni per oltre 60 km di sviluppo, e pare che altrettanti siano ancora in attesa di essere illuminati dagli esploratori. Nel cuore delle Dolomiti Bellunesi il sistema dei Piani Eterni raggiunge oggi i 40 km, esplorati solamente negli ultimi 10 anni. Nel massiccio della Grigna, in Lombardia, vari abissi scendono a 1200 m di profondità dall'ingresso (le normali grotte si sviluppano sempre sopra il livello del mare).

Per esplorare, topografare e documentare questi immensi reticoli sotterranei sono necessari molti giorni di permanenza nel buio, con temperature costanti piuttosto basse (in alta montagna sotto lo 0) e soprattutto un'umidità relativa prossima al 100%.

Per tale motivo la speleologia non può essere considerata un semplice sport, ma piuttosto un'attività di documentazione scientifica.

 

 

 


Cueva Aguacerca Mexico foto Vittorio Crobu AC La Venta

 

 


Cueva del Rio la Venta Mexico foto Sandro Sedran AC La Venta

 

Ma come si formano le grotte? Ve ne sono essenzialmente di due tipi: epigenetiche e ipogenetiche. Le prime sono create dal flusso delle acque meteoriche, che scavano verso il basso con un'azione erosiva meccanica e chimica, e costituiscono quelle più comuni (ad esempio le Grotte di Pastena nel Lazio, o Castellana in Puglia). Le seconde sono invece formate dalla risalita di fluidi termali solforosi, molto corrosivi, che scavano le cavità dal basso e possono formare ambienti anche molto vasti, ma non necessariamente collegati con l'esterno (un esempio sono le Grotte di Frasassi nelle Marche). Nel corso della complessa storia geologica, tuttavia, entrambi i tipi di grotte possono essere a un certo punto percorsi da corsi d'acqua sotterranei.

Questi possono avere portate variabili da meno di 1 l/s a molti metri cubi, soprattutto durante periodi piovosi. Ma più che gli scorrimenti, sono importanti le zone di ristagno delle acque, i laghi sotterranei.

I massicci carsici si comportano prevalentemente come gigantesche spugne che assorbono e ritengono le acque d'infiltrazione, sedimentandole. E formando gli immensi e nascosti bacini di cui parla la FAO. Ma queste acque praticamente sconosciute e destinate ad essere sempre più importanti, sono ancora non inquinate?

Qualcuno è in grado di saperlo? Non esistono ancora oggi strumenti in grado di leggere con precisione il sottosuolo, se non nei primi 10-20 m. Tra l'altro anche in questo esiguo spessore i sondaggi consentono di individuare i vuoti intesi come assenza di rocce, ma non il tipo di riempimento e l'eventuale scorrimento. Certo, si possono scavare i pozzi, ma quando parliamo di fiumi sotterranei che corrono a 5 o 600 m di profondità le cose diventano difficili.

Durante lo scavo del traforo sotto il Gran Sasso per l'autostrada Roma L'Aquila, alla fine degli anni '60, fu casualmente intercettata una grotta piena d'acqua. Un getto di acqua e fango a 60 atmosfere sputò fuori dalla galleria i caterpillar e allagò una parte della cittadina di Assergi, continuando a fuoriuscire per un anno. Le sorgenti in montagna, 600 m più in alto, si prosciugarono e si dovette scavare un nuovo tunnel laterale per fronteggiare il problema e proseguire con i lavori autostradali.

Un semplice esempio che fa capire quanto sia delicato l'equilibrio sotterraneo negli ambienti carsici, attraverso i quali scorrono acque che poi tornano regolarmente alla luce nelle sorgenti, il più delle volte captate.

In sostanza solo gli speleologi, avendo la capacità di accedere direttamente a questi ambienti, possono verificare la loro "salute": e su questo fronte le notizie non sono buone.

Spesso le grotte, in tutto il mondo, sono considerate luoghi oscuri e lontani, ideali per gettare sostanze inquinanti, perfette per “nascondere” ciò che non deve essere visto. Molte cavità e pozzi, anche intorno a noi, sono diventate nel tempo vere e proprie discariche: come se ciò che finisce "sotto" non debba più riguardare. Tra tutti gli inquinanti, le plastiche stanno giocando un ruolo purtroppo principale.

 

 

 


Ouso di Gaetano foto Luca Valenzi

 

Il punto è che gli inquinanti rimangono sospesi in queste spugne, che hanno un ricambio molto lento, spesso misurabile in termini di decenni. Nel momento delle piene, tuttavia, i veleni e le plastiche sedimentati da qualche parte, nelle sabbie delle grotte, possono tornare in circolo attivati dalle turbolenze e arrivare alle sorgenti con picchi d'inquinamento notevolissimi: e ovviamente non c'è nessuno in grado provvedere.

Ma il danno non è solo per l'uomo. Oltre alla chiara necessità che gli insediamenti umani hanno e avranno delle acque carsiche custodite nelle grotte, non dobbiamo dimenticare che esse stesse sono ecosistemi fondamentali per la biodiversità e l’esistenza di specie spesso sconosciute alla scienza. L’inquinamento di questi ambienti provoca quindi danni di portata incomparabile, e spesso l’estinzione di forme di vita che ancora non conosciamo.

Di fronte a questo scenario cosa possiamo fare? Intanto prendere (e far prendere) coscienza dell'esistenza di questo mondo nascosto, un vero e proprio continente oscuro ma strettamente collegato agli ambienti di superficie. E poi sensibilizzare a 360° sul divieto di usare le grotte come discariche, fornendo supporto dove possibile alla ricerca speleologica: in Italia su questo aspetto lo Stato è quasi totalmente assente.

Si dovrà poi proseguire con le operazioni di bonifica, da qualche anno promosse a cura della Società Speleologica Italiana e nella nostra regione dalla Federazione Speleologica del Lazio, che lentamente stanno riportando in superficie gli aspetti peggiori, sia in termini fisici che morali, della nostra collettività.

 

 

* Presidente del Gruppo Speleologico Sabino, istruttore della Società Speleologica Italiana e Maestro della Federazione Speleologica del Lazio, pratica speleologia dal 1975. Capo Squadra Lazio del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico per 11 anni. Fondatore della Associazione Geografica La Venta (www.laventa.it)

Esperto di sicurezza in ambienti sotterranei, formatore nei corsi sugli spazi confinati e istruttore astronauti ESA nel training in grotta (Progetto CAVES). Dottorato in Protezione Civile e analisi del rischio. Sul tema grotte ha pubblicato un centinaio di reportage sulle maggiori riviste italiane, 9 libri e una ventina di lavori scientifici. Direttore responsabile della rivista geografica KUR dal 2003.

Ha organizzato e gestito oltre 70 spedizioni di ricerca speleologica e idrogeologica in tutto il mondo. Giornalista pubblicista e documentarista, ha girato decine di documentari in ambienti sotterranei, anche per broadcaster internazionali come National Geographic.

E' consulente del Parco Nazionale Arcipelago Toscano e della Federparchi.

Professore invitato presso l’Università delle Scienze e delle Arti del Chiapas (Messico) nel corso "Il mondo sotterraneo e la speleologia". Docente per la Scuola Nazionale di Speleologia del Club Alpino Italiano (CAI).